Tuesday, 24 May, 2022

 

Relazione adesione Avviso Pubblico


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9/10/2019 presentazione ODG
2/02/2020 1^ Calendarizzazione
22/10/2022 2^ Calendarizzazione

Sono passati oramai due anni dal 7 ottobre 2019 quando abbiamo tutti partecipato a quel consiglio comunale monotematico sui temi della sicurezza e della criminalità in città.

Quel gesto istituzionale forte rispondeva all’esigenza di ritrovarsi come comunità coesa di fronte alle pericolose avvisaglie dovute ai fatti di cronaca delle settimane precedenti.

Bombe, proiettili, intimidazioni e paura. Eppure lo scenario che si sarebbe aperto di li a poco ci avrebbe consegnato un quadro molto più complesso da decifrare nonostante il prezioso lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine.

Eppure quegli arresti e quelle lunghe indagini non hanno destato lo stesso clamore di quelle bombe. Perché la storia delle mafie nel nostro paese è così. Ci si preoccupa dopo che si è sparato e si fa sempre troppo poco per evitare che si spari, per alzare il livello di attenzione, per coltivare gli anticorpi di una società che non ha bisogno di essere rassicurata ma che ha bisogno di essere incoraggiata.

Quando si doveva alzare la voce si è preferito abbassarla, quasi tacere, invece di incoraggiare i cittadini a denunciare, invece di farli sentire accompagnati in un percorso di liberazione collettiva. Forse qualcuno era finanche preoccupato che queste indagini – ancora non terminate – potessero coinvolgere anche qualche persona scomoda.

A leggere la relazione del primo semestre 2019 della dia – direzione investigativa antimafia – si rabbrividisce

Nella provincia avellinese, che risente dell’influenza delle più qualificate organizzazioni delle aree confinanti, si è affermato un gruppo criminale composto da ex affiliati del clan genovese, operativo nella città di Avellino e in parte della provincia, sorto con il beneplacito del suddetto sodalizio, in difficoltà operative per la detenzione dei vertici. (pag. 3)

E ancora

La detenzione degli esponenti di vertice del clan genovese, operativo nella città di Avellino e in parte della provincia, ha dato spazio all’affermazione di un gruppo criminale composto da ex affiliati al suddetto sodalizio, uno dei quali tratto in arresto dai carabinieri nel mese di maggio, in esecuzione di una sentenza definitiva di condanna a quattro anni per concorso in estorsione, aggravata dal metodo mafioso. Lo stesso pregiudicato e il fratello sono tra i destinatari di una misura cautelare del mese di settembre, eseguita il 14 ottobre 2019, scaturita da un’indagine, iniziata nel 2017, convenzionalmente denominata “partenio 2.0”. L’operazione – che sarà approfondita nella prossima relazione semestrale – ha disvelato gli assetti e l’organigramma del gruppo noto come nuovo clan partenio, con al vertice i due fratelli, già elementi di spicco del clan genovese i. I reati contestati sono associazione di tipo mafioso, usura, turbata libertà degli incanti, estorsione, scambio elettorale politico mafioso, riciclaggio ed altro. Contestualmente, è stato eseguito un decreto di perquisizione a carico di alcune persone, ritenute responsabili di associazione di tipo mafioso, finalizzata, tra l’altro, allo scambio elettorale politico-mafioso. Le contestazioni riguardano il condizionamento di numerose aste immobiliari, tramite prestanome e società “di comodo”, con sede in campania e nel lazio, sottoposte a sequestro da militari dell’arma dei carabinieri e della guardia di finanza, e l’aver favorito, alle elezioni amministrative di Avellino del 2018, uno dei candidati alla carica di sindaco, eletto poi consigliere di minoranza, e un altro consigliere di minoranza, figlio dell’ex boss del clan genovese. Quest’ultimo, nel mese di settembre, pochi giorni prima dell’esecuzione del provvedimento, era stato vittima di un atto intimidatorio ed era stato poi arrestato perché trovato in possesso di una pistola con matricola abrasa. Lo stesso si era candidato alla carica di sindaco nelle elezioni amministrative del capoluogo irpino del 26 maggio 2019, ma la sua lista era stata esclusa, per riscontrate irregolarità nella predisposizione.

Questa, ancora incompleta, non disegna certo uno scenario positivo per il nostro territorio, mettendo in luce atteggiamenti ambigui, parole poco chiare, comportamenti censurabili. Cose che pure si sapevano, che si raccontavano per strada con la rassegnazione di molti e la spavalderia di pochi, di quelli che pensavano che sarebbero rimasti impuniti.

A quel consiglio avevamo promesso una risposta. Una risposta che è tardata ad arrivare ( l’istituzione del gruppo di studio) e che oggi possiamo dire senza nasconderci dietro un dito che è naufragata con diverse responsabilità.

Nel frattempo ad avellino si è continuato a sparare. Non sono rari i fatti di cronaca che vedono l’uso delle armi da fuoco, della violenza e dell’intimidazione nella nostra città. Tutti ricordiamo i fatti di quattrograne di qualche giorno fa, tutti ricordiamo la sparatoria al termine della partita della nazionale dove, visto l’alto numero di persone presenti, ci sarebbero potute essere conseguenze ben peggiori. Tutti ricordiamo il tentato omicidio nei pressi del parco della pace ad agosto 2020 seguito da ulteriori vendette e intimidazioni

Eppure credo che sia giunto il momento per la politica e per le istituzioni di dare una risposta in più. Di rerstituire quella speranza troppo spesso tradita. Abbiamo il dovere, quindi, di liberare il futuro dei nostri giovani, dei nostri quartieri, delle nostre città. E dobbiamo cominciarlo a fare ora. Non da soli, ma in rete.

L’occasione di questo consiglio comunale è proprio questo. I primi tre odg che propongo, infatti vanno proprio in questa direzione e per me sono strettamente collegati.

Durante il consiglio del 7 ottobre 2019, infatti, proposi l’adesione del nostro comune ad avviso pubblico  – enti locali e regioni per la formazione civile contro le mafie che non vuole essere una proposta di forma. Il mio desiderio è che questa possa condizionare in senso positivo e dare sostanza ai nostri percorsi di educazione alla cittadinanza nella nostra comunità.

Credo che la carta di intenti racconti meglio di qualunque altra parola il perché aderire.

In vaste zone del paese, un vero e proprio “contropotere” criminale si oppone alla legalità democratica. Esso si fonda sull’accumulo di ricchezze illegali, esercita il dominio dei più forti sui più deboli attraverso l’uso della violenza, nega i più elementari diritti di cittadinanza, tenta di piegare ai suoi scopi le istituzioni democratiche, inquina la società e l’economia.

Per sua mano sono caduti poliziotti e carabinieri, magistrati, uomini politici, commercianti, imprenditori, semplici cittadini e persino bambini e bambine. L’influenza delle organizzazioni criminali non è più limitata alle tradizionali zone d’insediamento; le enormi fortune acquisite con il traffico della droga vengono reinvestite nei circuiti finanziari e penetrano nell’economia legale, nuove attività criminali danno vita ad un vorticoso giro d’affari, si stringono patti perversi con ogni forma di potere occulto e con il sistema della corruzione.

Le mafie non sono dunque solo un problema di ordine pubblico, né costituiscono un pericolo solo per le regioni meridionali. Esse rappresentano la più forte insidia alla convivenza civile, alla saldezza e alla credibilità delle istituzioni democratiche, al corretto funzionamento dell’economia. Esse impediscono lo sviluppo della democrazia e il pieno esercizio dei diritti dei cittadini.

Il diritto al lavoro, all’istruzione, alla sicurezza, alla giustizia non potranno essere goduti da nessuno se non si sconfigge l’illegalità organizzata. In questa battaglia, in prima fila, vi sono i corpi dello stato, impegnati nell’azione di repressione. Ma al loro fianco, in questi anni, si è mobilitata gran parte della società civile, giovani, uomini e donne, associazioni del volontariato laico e cattolico. Un vasto variegato mondo dell’impegno civile che chiama le istituzioni, di ogni ordine e grado, a svolgere un ruolo di stimolo, di coordinamento e di sostegno all’azione di contrasto alla criminalità.

Ognuno, pertanto, deve assumersi le proprie le proprie responsabilità.

Ogni istituzione deve fare la propria parte. E tanto più devono farla le istituzioni più vicine ai cittadini (comuni, province, regioni, comunità montane), oggi fortemente legittimate dal voto popolare diretto. In esse, una nuova classe dirigente sta seriamente lavorando, pur tra mille ritardi e difficoltà. Una leva di amministratori e amministratrici che, al di là dell’ appartenenza politico – ideologica, colloca il bene comune al di sopra delle proprie posizioni, si cimenta con l’etica della responsabilità, ricerca un dialogo con i cittadini e ne sollecita la partecipazione. A tale classe dirigente spetta oggi il compito di “organizzare la legalità”, offrendo ai cittadini le occasioni e gli strumenti per sottrarsi all’invasione del contropotere criminale.

Nasce da quest’insieme di ragioni l’idea di dar vita ad un’associazione di enti locali e regioni per l’educazione alla legalità, il contrasto alle organizzazioni criminali e l’impegno diretto delle istituzioni territoriali nell’affermazione di regole civili e democratiche e di percorsi di sviluppo che superino le attuali marginalità in cui vivono troppi segmenti della società.

C’è un vasto campo di iniziativa che può essere occupato, senza sovrapporsi all’azione delle istituzioni preposte all’ordine pubblico né ostacolando la preziosa iniziativa autonoma del mondo del volontariato e dell’associazionismo ma, anzi, fornendo alle une e all’altro un sostegno attivo: un terreno di lavoro che trova la sua forza nella solidarietà e nella cooperazione istituzionale.

Se il contropotere criminale è negazione dei diritti, è prevaricazione del forte sul debole, l’educazione alla legalità può essere un modo concreto ed efficace per combatterlo. Diffondere la coscienza della legalità, informare i cittadini sulla forza reale della criminalità organizzata, formare i giovani alla cultura dei diritti e della tolleranza, del rifiuto della violenza e del rispetto per il valore della persona, perseguire uno sviluppo economico equilibrato: sono questi gli scopi per i quali ci associamo.

L’associazione, quindi, vuole essere una rete che consente di mettere insieme idee, progetti, servizi, di far circolare informazioni, di mettere in relazione tante esperienze. Perciò la sua struttura sarà leggera, fattiva, policentrica e articolata sul territorio nazionale.

Non sottovalutiamo, poi, l’impatto simbolico e il significato generale del riunire comuni, province, regioni e comunità montane, realtà grandi e piccole, luoghi del sud, del centro e del nord, attorno all’obiettivo della legalità.

Ma l’uno e l’altro acquisiscono maggior forza attraverso la creazione di percorsi politici, amministrativi, educativi ed il compimento degli atti concreti che ne discendono.

I punti forti dell’azione concreta che l’associazione si prefigge sono: 1) aggregare tutti gli enti territoriali che abbiano già manifestato il loro interesse verso l’educazione alla legalità attraverso il finanziamento di progetti per attività di formazione nelle scuole o di sostegno alle politiche giovanili.

2) promuovere:

• percorsi di formazione scolastica (tutti gli enti si devono impegnare, in base alle loro competenze, per l’attivazione di percorsi di educazione alla legalità, alla democrazia e alla solidarietà nelle scuole del proprio territorio;

• percorsi di formazione sul territorio (azioni rivolte ai cittadini utili a far comprendere, ad informare);

• coordinamento tra amministrazioni e scuole per concrete iniziative contro la dispersione scolastica;

• percorsi di formazione per gli amministratori e i dipendenti pubblici;

• (per questi percorsi, in particolare, attivare una solida collaborazione con “libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie” e le associazioni ad essa aderenti, valorizzando il patto di aiuto e sostegno reciproco tra enti territoriali e mondo dell’associazionismo, in un rapporto dialettico e costruttivo).

3) promuovere iniziative di solidarietà tra enti (cooperazione sia in manifestazioni di solidarietà attiva sia in progetti concreti ).

4) studiare delle procedure semplici che consentano agli enti di agire in perfetta trasparenza (ad esempio procedure in materie di appalti, gestione delle discariche, smaltimento dei rifiuti urbani).

5) impegnarsi per lo sviluppo efficace di politiche giovanili concrete.

Allora chiedo a tutti noi se siamo pronti ad avviare passo dopo passo percorsi virtuosi che ci possano aiutare a prendere consapevolezza della nostra storia, della storia criminale che ha attraversato e che attraversa la nostra comunità.

E da questa consapevolezza – dovuta a uno studio continuo e costante – insieme agli istituti scolastici, alle associazioni e a quanti vogliano collaborare, programmare azioni concrete da finanziare per dare una risposta alla nostra città.

Credo che il primo gesto possa essere quello di aderire ufficialmente alle giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie – iii giornata nazionale.

Lavorare al recupero della memoria delle vittime innocenti. Tutti ricordiamo l’assurdauccisione di Pasquale Campanello, un nostro concittadino la cui famiglia attende ancora giustizia. Ci sono voluti anni per dedicargli una strada che però non gli rende onore.

Un’altra strada è dedicata ad Antonio Ammaturo. Ma non basta mettere una lapide per fare memoria. Ci vuole uno sforzo in più.

Per lavorare a una memoria collettiva abbiamo bisogno di rimettere al centro dell’agenda politico – amministrativa la lotta alle mafie e questo atto è uno di quelli che va in questa direzione.

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